03.Terra di cenere: quando a bruciare sono i sogni di chi resta
Ogni estate la terra brucia, e con essa brucia una parte silenziosa del nostro paesaggio, della nostra memoria rurale e della nostra stessa capacità di resistere. I boschi che si riducono in cenere rappresentano un danno ecologico inestimabile e il sintomo visibile di un malessere profondo che attraversa il Paese da un'estremità all'altra, colpendo con particolare ferocia le aree interne e le isole come la Sicilia.
Di fronte alle fiamme che divorano ettari di macchia mediterranea e uliveti secolari, la reazione collettiva oscilla spesso tra la rassegnazione e la ricerca di un capro espiatorio immediato. Si invoca la fatalità, ci si affida ciecamente alla narrazione di un clima impazzito o si punta il dito contro la sfortuna stagionale, dimenticando che dietro ogni rogo c'è una storia di abbandono, di incuria programmata e di un territorio lasciato colpevolmente solo a fare i conti con la propria vulnerabilità. La verità che spesso si fatica a guardare negli occhi è che la distruzione sistematica delle campagne non è un incidente fortuito, ma il risultato di un progressivo e inesorabile disimpegno dello Stato dai territori marginali, un vuoto che viene puntualmente riempito dalla desolazione, dal fuoco e dall'impotenza di chi in quei luoghi ha scelto di rimanere, lavorando la terra con fatica quotidiana.
Quando il fronte del fuoco avanza inesorabile tra le colline riarse, la confortante certezza di un intervento statale tempestivo si sgretola rapidamente nel fumo acre. Attendere l'arrivo dei soccorsi equivale troppo spesso ad affidarsi a una speranza vana, poiché i mezzi aerei, le squadre di terra e le risorse disponibili risultano drammaticamente insufficienti di fronte alla simultaneità dei roghi appiccati in decine di punti diversi della regione, tutto questo con la consapevolezza che la mano dell'uomo, spesso, contribuisce con fredda logica criminale e disumana. Di fronte di simili disastri, viene spontaneo chiedersi che senso abbia continuare a investire in una difesa burocratica e astratta. La nostra vita e la nostra natura non andrebbero difese con ogni mezzo? Dove sono gli aiuti e la logistica quando serve davvero? Anziché perdere tempo a rispolverare l'idea di una leva obbligatoria, perché non si sceglie di educare strutturalmente al servizio di protezione civile e a una carriera vera nei vigili del fuoco? Dove sono i presidi sul territorio? Perché non unire le migliaia di associazioni sparse ovunque in un unico grande corpo etico di salvaguardia comune? C'è un rammarico profondo nel guardare alle priorità di questo Paese, dove i percorsi scolastici ignorano completamente le basi della sopravvivenza e della cura del territorio per continuare a sfornare titoli accademici sempre più inutili e passeggeri. Perchè non ci sporca più le mani ? Si sente spesso dire che manca organico, che mancano "volontari"(termine accessorio che disincentiva l'azione), quando, salvaguardare la propria terra dovrebbe essere una predisposizione naturale etica e dovuta, e non intendo dovuta a chissà quale entità di potere o sociale, intendo dovuto alla vita stessa.
Non confondiamo però la ttutela dei territori e della vita stessa con l'identità nazionale o sciocchezze simili. Si tratta di avere gli attributi per definire meglio i confini tra ciò che le istituzioni sentenziano e ciò che la tua coscienza ti dice di fare. Non esiste in nessun universo che per pulire un vialetto di una città devi aprire un associazione e avere dei permessi dall'alto, o che taglino alberi sani per fare spazio a sempre più antenne con 7 G .
L'idea rassicurante di una protezione calata dall'alto è un'illusione pericolosa che lascia finalmente spazio alla necessità urgente dell'autotutela e dell'organizzazione autonoma dal basso. Diventa vitale comprendere cosa fare prima che la cenere nera copra ogni cosa, trasformando comunità passive e rassegnate in presidi attivi di resistenza territoriale, è fondamentale essere pronti, ciò significa riscoprire e attualizzare le pratiche di saggia salvaguardia che i vecchi contadini conoscevano perfettamente, unendo la memoria rurale alle tecnologie moderne di monitoraggio.
Significa liberare metodicamente i perimetri intorno alle case da rovi, sterpaglie e materiale infiammabile, mantenere riserve d'acqua indipendenti e protette da generatori d'emergenza, rimettendo in piedi presidi territoriali stabili e dando spazio e ascolto a guardie ambientali che con passione tutelano il territorio e che conoscono ogni sentiero e ogni zona a rischio, significa tessere reti di vicinato solidali, capaci di intervenire con lucidità nei primi e decisivi minuti in cui ogni istante vale un ettaro di bosco salvato o una vita protetta. Rifiutare l'attesa passiva obbliga a ridisegnare radicalmente il rapporto con il territorio, passando dalla delega totale alle istituzioni alla responsabilità collettiva e diffusa, poiché la salvezza di una terra non arriverà mai per grazia ricevuta, ma passa attraverso la fatica, la preparazione e la consapevolezza quotidiana di chi la abita.
Eppure, fermarsi alla sola analisi locale sarebbe riduttivo. Questo progressivo svuotamento delle aree interne e rurali risponde a una pressione più ampia, a una logica che spinge a marginalizzare chi sceglie l'autonomia per accentrare tutto altrove. Ma la contraddizione più stridente, il vero paradosso che grida vendetta, è un altro purtroppo... viviamo nell'era della sorveglianza totale, dei satelliti che mappano ogni metro quadro, delle telecamere e dei sensori ovunque. Eppure, con tutta la tecnologia di cui disponiamo, quando si tratta di individuare chi appicca il fuoco non si cava un ragno dal buco. Svaniscono nel nulla, protetti da un'inspiegabile inerzia sistemica.
La risposta, alla fine, non arriverà da chi governa la cenere dall'alto. Resta soltanto la nostra capacità di stringerci attorno a ciò che amiamo, con la solidarietà silenziosa, ruvida e concreta di chi sceglie di non arrendersi, di proteggere i propri boschi e di vegliare sulla terra del vicino come fosse la propria. Una speranza soffocata ma incrollabile, finché ci sarà qualcuno disposto a difendere questa casa comune con la presenza e l'azione, il fuoco non avrà l'ultima parola.
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