05. Subaquea: la disciplina della presenza
Il mare, i grandi laghi e l'ambiente acquatico in generale hanno una straordinaria capacità di riportarti all'essenziale. Nell'istante esatto in cui ne attraversi la superficie, ogni retorica svanisce nel giro di pochi respiri e ti ritrovi completamente nudo di fronte al tuo sistema nervoso. Puoi indossare l'attrezzatura più avanzata disponibile o affidarti alla tecnologia più sofisticata, ma il loro vantaggio resta limitato. Quando la temperatura dell'acqua crolla, la visibilità si annulla e la pressione inizia a gravare sul petto, ciò che determina davvero la differenza è una sola cosa: una mente allenata a rimanere lucida, stabile e serena nel cuore dell'imprevisto.
Vivere la subacquea come una disciplina di autentica autonomia significa comprendere che la vera immersione inizia molto prima di salire su un gommone o di indossare le pinne. Comincia nella preparazione mentale, nella capacità di allenare il corpo e, soprattutto la mente ad affrontare l'imprevisto con lucidità. L'acqua possiede una sincerità disarmante che non concede finzioni e smaschera ogni maschera. In superficie puoi convincere gli altri — e persino te stesso — di essere impassibile e invulnerabile. Ma basta una goccia d'acqua nell'erogatore, la maschera che si allaga o un evento inatteso perché l'ansia inizia a insinuarsi portando il respiro accelerare e il cuore aumentare il ritmo e, se la mente non rimane salda, il panico è a un passo.
In quell'istante ogni corazza si dissolve. Rimane solo la persona, con la propria vulnerabilità, chiamata a fare affidamento sulle competenze acquisite, sull'addestramento ricevuto e, quando necessario, sul proprio compagno o istruttore. È un atto di fiducia profonda che richiede la semplicità e la sincerità con cui un bambino si affida al respiro, senza orgoglio, senza finzioni, con la consapevolezza che la calma rappresenta la risorsa più preziosa. È proprio per questo che ogni immersione, per me comincia molto prima della discesa. Ogni esplorazione del blu, ancje la più semplice, nasce da una preparazione silenziosa e rigorosa mirata a visualizzare ogni fase dell'immersione, ripassare procedure e miscele, verificare meticolosamente ogni componente dell'attrezzatura e ogni gesto tecnico. Nulla viene lasciato al caso.
Questo allenamento mentale non serve soltanto a memorizzare una sequenza di azioni, ma a condizionare il sistema nervoso a riconoscere i segnali di criticità prima ancora che si trasformino in un'emergenza. È così che si costruisce quella quiete interiore capace di fare la differenza tra lucidità e il panico.
In subacquea la sicurezza non è mai un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma uno stato di prontezza permanente. È il risultato di studio, disciplina, cura dei dettagli e dedizione quotidiana: qualità che si coltivano molto prima che l'erogatore incontri l'acqua e che accompagnano il subacqueo durante ogni metro della discesa. Ripensare ai primi esercizi in piscina o all'ansia viscerale che precedette il mio primo tuffo restituisce la misura esatta del percorso interiore che la subacquea mi ha portato a compiere. Ogni immersione, fin dall'inizio, è stata sia un'esperienza tecnica stata che una scuola di disciplina, autocontrollo e crescita personale.
Avevo diciannove anni e mi allenavo per conseguire crediti specifici, completamente rapito dalla curiosità e dal fascino magnetico del mondo operativo militare così per me ogni allenamento rappresentava un passo verso un obiettivo che, allora, sembrava distante ma straordinariamente concreto.
Il pensiero torna inevitabilmente all'autunno del 2005, quando conseguii il mio primo brevetto nelle fredde acque del Lago di Moregallo. Fu lì che conobbi Gabriele, il mio primo istruttore subacqueo, una persona verso la quale nutro ancora oggi una profonda gratitudine. Con il suo approccio essenziale, diretto e privo di inutili formalismi, mi insegnò ad affrontare con lucidità le difficoltà che incontravo sott'acqua, trasformando la paura in consapevolezza e l'incertezza in metodo. Ogni errore diventava una sfida con me stesso e i limiti che dovevo comprendere e superare in quel periodo. Quell'insegnamento è rimasto con me ben oltre la subacquea. Ricordo ancora le parole dell'istruttore mentre affannavo nei miei primi esercizi con l 'erogatore in ginocchio a pochi metri di profondità sul fondale scosceso del lago.
"In acqua non puoi mentire!" mi disse mentre affannavo per cercare aria in superfice. Ha plasmato il mio modo di affrontare la vita, rafforzando una convinzione che ancora oggi guida ogni mia scelta e quando decido di raggiungere un obiettivo, mi preparo con rigore, affronto gli ostacoli con determinazione e non mi fermo finché non l'ho raggiunto.
Oggi, per quanto mi riguarda, scegliere consapevolmente di abbandonare i circuiti turistici estivi e la calca dei siti affollati restituisce all'immersione il suo valore più autentico, privilegiando l'intimità e il silenzio. Affrontare le acque fredde dell'autunno invece, o dell'inverno indossando una muta semistagna, mentre la costa si svuota e la natura riprende i suoi spazi, mi costringe a fare i conti con una preparazione psicologica preventiva, mi rendo conto che sto per fare un attività riservata a pochi e che richiede rispetto assoluto e una totale sintonia con gli elementi. Questa mentalità mi fa stare bene. E' un gioco delle parti.
La ricerca di questo equilibrio interiore passa anche per la mia formazione come sport mental coach, inteso come un professionista della performance che fornisce strumenti concreti, protocolli, test e strategie di azione e presenza operativa, mantenendo sempre una netta distinzione rispetto a percorsi terapeutici o di risoluzione di traumi personali, concentrandosi unicamente sull'efficacia e sul potenziamento delle risorse individuali.
Per comprendere fino in fondo questo principio, basta osservare il lavoro svolto dagli operatori del soccorso subacqueo e dagli speleosubacquei, professionisti che operano in alcuni degli ambienti più ostili e imprevedibili esistenti. I primi intervengono quando ogni secondo può fare la differenza tra la vita e la morte, ricerca e recupero dispersi, affrontare acque torbide e correnti insidiose in scenari in cui la pressione emotiva è altissima. I secondi si addentrano in grotte sommerse, cunicoli e sifoni dove la luce naturale scompare completamente, gli spazi si restringono fino a diventare soffocanti e ogni errore può avere conseguenze irreversibili. In questi contesti non esiste spazio per l'improvvisazione, per l'ego o per l'impulsività. La cronaca recente ne è testimone.
La vera forza di queste discipline e professionalità altamente a rischio, risiede nella preparazione tecnica e nella qualità dell'equilibrio mentale dell'operatore e del team . Ogni gesto viene pianificato, ogni procedura ripetuta centinaia di volte, fino a diventare parte integrante del proprio modo di agire.
È anche per questo che realtà operative di questo livello rappresentano una straordinaria scuola di vita perchè queste esperienze vanno ben oltre l'acqua. Educano all'umiltà e ti ricordano ogni giorno che la natura non può essere dominata ma soltanto rispettata. Insegnano il valore della preparazione, della responsabilità individuale e del lavoro di squadra, dove la fiducia reciproca non è un ideale romantico, ma una necessità concreta. Formano persone capaci di prendere decisioni sotto pressione, di mantenere la calma quando tutto sembra precipitare e di assumersi la responsabilità delle proprie azioni senza cercare scorciatoie.
Sono qualità che non restano confinate all'ambiente operativo. Accompagnano chi le coltiva nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni e nelle difficoltà di ogni giorno. Per questo credo che esperienze di questo tipo non formino soltanto subacquei migliori o soccorritori più preparati ma contribuiscano a formare uomini e donne più consapevoli, più disciplinati e più affidabili che imparano a riconoscere, affrontare e trasmutare la paura in lucidità.
Per quanto la tecnologia continui a offrire strumenti sempre più sofisticati per il monitoraggio e la sicurezza, ogni immersione riporta inevitabilmente all'essenziale. Ogni volta che la testa supera la superficie, la teoria lascia il posto alla realtà della pressione, della densità dell'acqua e del rapporto più autentico con sé stessi. L'assetto perfetto non si trova per caso. Richiede pratica, pazienza e la disponibilità a imparare dai propri errori. C'è chi entra in acqua con naturalezza e chi, invece, deve prima affrontare una paura profonda. Eppure è proprio questa la forza della subacquea, non seleziona le persone in base al talento... offre a ciascuno l'opportunità di scoprire capacità che spesso ignorava di possedere.
Per questo la considero una disciplina che tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero avere la possibilità di conoscere. La suabquea è un modo diverso di abitare il pianeta, forse è proprio questo il motivo per cui, dopo ogni immersione, si riemerge leggermente diversi da come si era scesi.
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